Allenare non è un mestiere, ma uno stile di vita. La storia di Roberto Malotti è un mix tra passione, insegnamenti e tanta grinta: nel corso della sua carriera, infatti ha dovuto lottare per cambiare le sorti di un campionato, divenendo un maestro nel subentrare in corso d'opera. 

La prima lezione non può che non riguardare la differenza tra il preparare una stagione e il dover far di necessità virtù per sollevare una squadra: "Sono concetti completamente diversi. Durante la mia carriera sono quasi sempre subentrato, nonostante i limiti dettati dal mio lavoro di ristoratore. Ho affrontato diverse situazioni complesse: ho accettato una chiamata da una società che aveva cambiato quattro allenatori, ma poi con i ragazzi abbiamo fatto un lavoro straordinario e ci siamo salvati agli spareggi. Stessa cosa con il Prato, quando sono arrivato io la squadra non vinceva da cinque mesi, anche lì abbiamo mantenuto la categoria".

Per affrontare situazioni compromesse o difficili può essere un ostacolo. Per Malotti, invece, è una sfida personale: "Amo le sfide, non mi piacciono le cose semplici. Quest'anno mi ha chiamato una squadra importante ma ho rifiutato perchè secondo me non ha più nulla da dire in questo campionato. Io alleno per passione, ho bisogno di stimoli veri: se mi avesse chiamato l'ultima in classifica probabilmente avrei accettato. La vittoria più bella? riportare entusiasmo lì dove c'è disperazione". 

Cambiare mentalità, entrare nella testa dei giocatori dopo l'allontanamento di un collega non è un gioco da ragazzi, specie quando le aspettative sono alte. Il condottiero toscano, però, ci svela qualche segreto: "Il primo discorso è fondamentale. I giocatori devono sapere che sarai con loro in qualsiasi momento. Bisogna sempre credere nell'obiettivo, anche quando sembra distante, vietato mollare. Durante le prime settimane bisogna lavorare sulla difesa e sulla preparazione fisica. In tre-quattro settimane si può rimediare, invece per quanto riguarda il gioco e l'attacco ci vuole di più. Ciò che fa la differenza sono i risultati, l'entusiasmo, la fiducia. Allenare non significa preparare schemi su una lavagna, ma entrare nella testa dei calciatori e spingerli a dare il massimo". 

"Grosseto? Esperienza bellissima. Rifarei mille volte quell'intervista, i ragazzi mi fermano per strada per fare una foto"

Nella sua ultima esperienza in panchina al Grosseto Malotti ha ottenuto grandi successi, vincendo i playoff. Ma ciò che più lo motivò fu sempre la sua passione: "Durante quella stagione facevo avanti e indietro da Firenze, quattro ore di macchina. Mi sentivo spinto da qualcosa di profondo. Non ho mai sentito il peso di questa distanza".

In quel periodo l'allenatore toscano diventò virale in seguito a delle dichiarazioni rilasciate in conferenza stampa, divenendo un idolo per molti giovani: "Non hai idea di quanta gente mi fermi per fare una foto, gridare 'forza Grosseto'. Ai giovani vanno trasmessi valori sani, la loro passione va nutrita con onestà e sincerità, loro mi hanno apprezzato per questo. Durante quella conferenza ho detto tutto ciò che sentivo, senza filtri. La rifarei? Ovviamente, altre mille volte. In quelle parole c'è Roberto Malotti, qualcuno può guardare il video e decidere se può lavorare con me, è una sorta di presentazione".

"Allenare non è per tutti, ma c'è speranza: De Rossi, ad esempio, è nato per fare questo mestiere"

Parole, incitamenti, comunicazione e crescita: il mestiere dell'allenatore comprende tutto questo. Malotti si esprime sull'argomento con molta decisione: "Allenare non è per tutti, ascolto molte conferenze e sembrano un copia e incolla, dalla A alla D. Dobbiamo trasmettere valori, insegnare ai giovani. Mi commuovo quando alcuni calciatori smettono e mi scrivono che prenderanno esempio da me, è una soddisfazione unica. Tra chi, invece, è nato per fare questo mestiere c'è De Rossi, lo seguo sempre, riesce a trasferirti qualcosa di grande: mi piacerebbe lavorare per lui".

Sezione: Interviste e Storie / Data: Sab 28 febbraio 2026 alle 13:59
Autore: Antonino Iorfida
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