"El segna sempre lu". Cosa vi ricorda questa frase? Probabilmente la vostra memoria vi sta portando indietro a tanti anni fa quando Maurizio Ganz veniva elogiato dai tifosi dell'Inter in un caloroso San Siro di metà anni '90. Da tempo, però, il bomber di Tolmezzo indossa tuta e scarpette nelle vesti di allenatore, un ruolo scoperto anche da Simone Andrea Ganz, suo figlio, col DNA da centravanti puro che da qualche mese è arrivato in Serie D per vestire la maglia del Piacenza: "La passione per il calcio l'ho ereditata da mio papà - ha raccontato a Seried24.com -. Sono nato col pallone in mano e ho girato tanti stadi in compagnia di mia mamma sin da quando ero piccolo per andarlo a vedere. Una passione che poi, per mia fortuna, l'ho fatta diventare lavoro perché credo che giocare a calcio sia la cosa più bella del mondo. Mio papà mi ha sempre guidato sulla strada dell'essere un ragazzo serio, di credere in me stesso e soprattutto di divertirsi perché quando riesci a farlo diventa tutto più semplice.
A 14 anni, prima di andare al Milan, ho fatto un anno nella Masseroni Marchese dove praticamente gli ho chiesto di smettere di giocare perché era all'ultimo anno di carriera. Gli ho detto: "Papà, smetti e fai l'allenatore così vieni ad allenarmi". Il suo primo anno in panchina l'ha vissuto con me in campo. Le pressioni ci sono state, ma credo di essermela cavata abbastanza bene perché poi all'inizio giochi per il cognome, per tuo papà, però poi devi dimostrare il tuo valore. Io credo di averlo fatto non perché ero il figlio di Maurizio Ganz. Lui ha avuto una grande carriera, io ho avuto la mia e sono sempre andato dritto per la mia strada. Ho incontrato qualche calciatore che mi provocava dicendomi qualche parolina, ma cercavo sempre di andare avanti perché andando dietro a quelle cose lì vengono meno le energie. Mi chiamavano raccomandato, che giocavo per mio papà, ma non ho mai dato peso a queste cose".
Un sogno diventato realtà per Simone Andrea Ganz perché dopo un lungo percorso nel vivaio del Milan arriva anche l'esordio. In Serie A? No, addirittura in Champions League in una gelida serata di Minsk: "Sono un tifoso rossonero e ho avuto l'onore di vivere in un Milan ricco di campioni che l'anno prima aveva vinto lo scudetto. Che emozione l'esordito in Champions League, ricordo che nello spogliatoio Ibrahimovic mi ha fece i complimenti per l'esordio. Avevo solo 18 anni, non è una cosa che succede tutti i giorni essere elogiati da Zlatan. L'esordio in Champions non me lo aspettavo, ma ero l'unico attaccante visti gli infortuni e con Cassano che aveva avuto problemi al cuore. La partita contro il Bate Borisov era ferma sull'1-1, ci giocavamo la qualificazione, e Allegri ha avuto il coraggio di buttarmi nella mischia al posto di Robinho. Lo ringrazierò sempre perché mi ha permesso di realizzare un sogno. Non so quanti calciatori possono dire di aver esordito in Europa con il Milan a 18 anni".
Un'esperienza, quella in rossonero, che è proseguita qualche anno dopo nel Torneo di Viareggio del 2013 dove il Milan perse la finale contro l'Anderlecht: "In quel torneo abbiamo fatto qualcosa di straordinario, abbiamo giocato con tante squadre forti arrivando fino in finale. Io ero il capitano di quella squadra, con Cristante e Petagna che già mostravano delle qualità importanti che li avrebbero portati a fare una carriera importante. Un altro calciatore che mi ha sorpreso tanto è stato Frank Acheampong dell'Anderlecht; era molto forte ed è riuscito ad avere anche una buona carriera. Mi porto a casa una finale persa e il titolo di miglior marcatore del torneo".
La concorrenza nel Milan, però, era davvero tanta. Ganz si guardava intorno, cercava spazio per dimostrare il suo valore, e puntualmente nel giro di poche stagioni arrivano i prestiti a Lumezzane e successivamente a Barletta: "In Puglia ho vissuto il mio primo anno e mezzo da professionista. Ho incontrato diversi difficoltà come tutti quei ragazzi che dalla Primavera si affacciano al calcio dei grandi che ovviamente è tutta un'altra cosa. Quell'anno non c'era la retrocessione, quindi siamo stati anche abbastanza tranquilli. Barletta è stata un'esperienza molto formativa per capire com'era il calcio professionistico. Oggi vedo che il Barletta sta lottando per la vittoria del campionato, è sempre stata una piazza molto importante e calorosa che merita palcoscenici diversi perché il calcio è della gente. Sempre bello quando vai di fronte a 7mila persone allo stadio indipendentemente dalla categoria. Ti senti calciatore vero perché a volte capita che vai a giocare di fronte a 400 persone e non è la stessa cosa, lo stimolo è diverso".
Ganz cresce e matura sempre di più grazie anche a queste due esperienze, e molto probabilmente è in arrivo la chiamata che potrebbe svoltargli la carriera. Squilla il telefono, è il Como che decide di acquistarlo a titolo definitivo dal Milan. In mezzo, l'esperienza a Verona con tanto di promozione: "A Como ho vissuto l primo anno in cui la famiglia Hartono ha comprato il club. Lo hanno preso in Serie D e sono arrivati in C, ma già si vedeva che avevano un progetto incredibile; stavano progettando il centro sportivo e volevano fare lo stadio. L'unica pecca riguarda me perché non sono riuscito a continuare quella avventura perché sono stato un solo anno in prestito dall'Ascoli e mi dispiace perché Como è come casa. Sono stati gli anni più importanti della mia carriera oltre all'anno successivo a Verona dove ho centrato una promozione in Serie A. Credo i punti più alti della mia carriera sono stati i due anni a Como, quello a Verona e poi l'anno in Serie C con il Lecco dove ho fatto 14 gol. A Verona giocavo con Pazzini davanti, un vero campione. Togliendo il Milan, probabilmente è stato l'attaccante più forte col quale ho giocato. Poi quella era una squadra incredibile, probabilmente la più forte con la quale abbia giocato nella mia carriera dopo il Milan".
Pazzini era l'emblema di quel Verona, ma all'interno della squadra di Pecchia oltre a Ganz e a un giovanissimo Mattia Zaccagni c'era anche Enzo Maresca che scelse di chiudere la sua lunga carriera da calciatore proprio al Bentegodi: "Maresca è stato con me a Verona fino a gennaio e poi è andato via. Si vedeva che avrebbe fatto l'allenatore, anche perché lui aveva fatto tanta esperienza all'estero che lo ha portato ad avere una visione molto diversa del calcio italiano. Sono passati tanti anni, però già all'epoca si vedeva che aveva qualcosa di diverso che poi ha fatto sì che arrivasse a grandissimi livelli".
Tra le ultime tappe di Ganz c'è stata anche quella di Brindisi. Un'esperienza nella quale non sono di certo mancate le difficoltà: "A Brindisi ci sono state delle difficoltà strutturali e a livello economico perché hanno avuto dei ritardi i pagamenti, non avevamo il campo e lo stadio non essendo a norma ci siamo dovuti spostare. Sono stati sei mesi difficili non tanto per me ma in particolare per la piazza. Sono quelle tifoserie storiche che quando ci giochi senti il calore della gente e dispiace quando le cose non vanno bene. A Brindisi mi sono trovato bene così come in tante altre squadre".
Dopo tanta esperienza tra i professionisti, per Ganz si sono aperte le porte della Serie D con la chiamata del Piacenza nell'ultima sessione di mercato: "Ero alla Pro Patria, giocavo poco, e gli ultimi giorni di mercato il mio procuratore mi ha detto che ci sarebbe stata l'opportunità del Piacenza e non ho esitato ad accettare. Questo club non ha nulla a che fare con questa categoria; l'ambizione della società, la piazza e giochi in uno stadio che non c'entra niente con la Serie D. Ho deciso di accettare perché è una società ambiziosa, sono tre anni che provano a salire ma vincere il campionato non è facile.
Mi ha convinto il progetto, è la prima volta che scendo di categoria. Mi manca solo la Serie A, purtroppo lì non ho mai esordito. Ho 32 anni, ma credo di poter giocare ancora tanto tempo perché c'è la passione e non ho mai avuto tanti infortuni. Tutte le volte che non ho giocato è quasi sempre stato solamente per scelta tecnica. Adesso, il nostro obiettivo è quello di finire nel migliore dei modi la stagione e consolidare un posto ai playoff. Vincere il campionato è molto difficile perché siamo lontani, però credo che una società come il Piacenza debba per forza giocare tutte le partite per vincere. Abbiamo avuto qualche incidente di percorso nell'ultimo mese che purtroppo ci ha fatto allontanare dal primo posto. Devi pensare a vincere perché è una questione di mentalità e ambizione. A volte succede e altre no. Bisogna finire la stagione nel miglior modo possibile perché se magari riusciremo a vincere i playoff possiamo avere buone chance di essere ripescati".
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