L’intervista di SerieD24.com a David Di Michele, ex centravanti della Serie A e della Nazionale, attualmente svincolato dopo l'ultima esperienza sulla panchina dell'Ugento.
L'entusiasmo iniziale e la voglia di mettersi in gioco, sedendosi sulla panchina di una squadra reduce da un trauma profondo, proponendosi come suo condottiero. L'esperienza accumulata sui campi di Serie A, messa al servizio di una terra che l'ha accolto come un figlio per la seconda volta. È in questo contesto che una figura importante e molto amata in Salento come David Di Michele decide, durante la scorsa estate, di sposare il progetto Ugento. Una squadra ferita, e appena retrocessa dalla sua prima, storica partecipazione in Serie D, in seguito ad un vero e proprio psicodramma sportivo.
Tredici anni dopo il suo addio al Lecce, il ritorno di "Re David" in Salento, questa volta da allenatore, per guidare un'altra giallorossa, sembrava la perfetta sceneggiatura di un film. La ferita apertasi nel club, però, si è rivelata troppo profonda per poter essere rimarginata in tempi brevi. "Non tutte le ciambelle vengono col buco", ci dice infatti Di Michele. Una frase tanto semplice quanto estremamente rappresentativa della sua seconda avventura salentina, conclusasi anticipatamente lo scorso 25 novembre.
Tre mesi fatti di speranze e, forse, anche di illusioni, in cui il peso del sogno infranto della Serie D ha finito per sovrastare ogni altro aspetto, come un trauma troppo grande da superare. "La retrocessione della passata stagione è stata come una spada di Damocle costante: ogni episodio negativo riportava alla mente quell'esperienza. La mia impressione è stata che l'ambiente e la società non siano riusciti a lasciarsela alle spalle", ci ha raccontato l'ex centravanti. Un trauma, appunto.
L'episodio a cui Di Michele fa riferimento è la sconfitta casalinga contro il Manfredonia nel playout dell'11 maggio scorso. Dopo un campionato di Serie D difeso con le unghie e con i denti, quando i tempi supplementari sembravano ormai inevitabili, una punizione di Antonio Caputo al 92' ha condannato l'Ugento, interrompendone il sogno Serie D. Un epilogo amaro per una squadra che, pur con un organico e risorse economiche nettamente inferiori rispetto a molte rivali, aveva sfiorato un'incredibile salvezza.
Di Michele: "Non mi aspettavo un livello così alto in Eccellenza"
La nostra chiacchierata con Di Michele si apre quindi con un’analisi della sua esperienza ugentina. L’ex centravanti individua nella mancanza di serenità e in alcune lacune dell’organico le principali criticità del suo percorso. "A inizio stagione è stato fatto un reset totale rispetto alla precedente: l’ossatura della vecchia squadra è venuta meno. Non è semplice ricostruire un gruppo da zero, i nuovi hanno bisogno di tempo per ambientarsi e conoscere l’ambiente, anche se la squadra si è sempre comportata bene. L’esperienza della Serie D, però, ha portato a compiere alcune scelte dettate più dalla paura che da altro, ma le responsabilità sono di tutti".
Di Michele spiega anche quale fosse l’obiettivo affidatogli a inizio stagione e perché, col passare dei mesi, sia diventato irrealizzabile. "L'obiettivo iniziale era quello di fare un campionato da protagonisti, provando a tornare in Serie D, pur consapevoli di competere con quattro corazzate fuori categoria (Taranto, Brindisi, Canosa e Bisceglie n.d.r.). Una volta iniziata la stagione, però, sono emerse diverse difficoltà. Molti giocatori hanno lasciato il gruppo e, a campionato in corso, non è semplice trovare profili pronti e affidabili. In alcuni momenti eravamo veramente corti. Alcuni ragazzi hanno dovuto raschiare il fondo del barile dandomi piena disponibilità, e di questo li ringrazio".
Al netto dei buoni propositi iniziali, l’Ugento fatica infatti ad ingranare nell’ultra competitivo girone di Eccellenza pugliese. Nessun crollo fragoroso, ma qualche pareggio di troppo e una discontinuità di risultati che finiscono per rallentare il cammino. Di Michele, oltre alle difficoltà interne, si trova anche a fare i conti con una categoria che, per sua stessa ammissione, si è rivelata più impegnativa del previsto.
"Non mi aspettavo un livello così alto", racconta. "Sapevo che l’Eccellenza pugliese fosse tosta, me ne avevano parlato, ma viverla è tutta un’altra cosa. È un campionato di livello altissimo: molto fisico, ma anche estremamente tecnico. La sua bellezza sta proprio nella difficoltà, però per competere serve una rosa adeguata".
Di Michele: "Cerco un progetto adeguato, ma senza buttarmi"
L’ex allenatore dell’Ugento si sbilancia poi sulle principali candidate alla vittoria finale, offrendo una breve lettura delle squadre di vertice. "Il Brindisi è una squadra sorniona: non alza mai i ritmi, anzi spesso li abbassa e li spezza, puntando molto sulle individualità, ed è una cosa che dà fastidio agli avversari. Il Canosa è una buona squadra, ma ha cambiato tanti giocatori ed è quella che vedo un po’ più indietro rispetto alle altre.
Il Bisceglie è molto organizzato e ben messo in campo, però secondo me paga qualcosa nella lunghezza della rosa, soprattutto alla distanza. Il Taranto, invece, è quello che vedo meglio: è organizzato, tecnico, ha ritmo e individualità importanti come Loiodice e Aguilera. Giocatori che, alla lunga, ti risolvono le partite, anche quando non tutto gira".
Archiviata l’esperienza di Ugento, per Di Michele è ora tempo di guardare avanti. Senza fretta, però. L’allenatore spiega di non essere alla ricerca spasmodica di una nuova panchina, ma di voler valutare con attenzione il prossimo passo. "Sono in attesa di un progetto adeguato, che abbia una programmazione e una visione futura, dove si possa davvero lavorare. Nel frattempo vado a vedere le partite, seguo corsi di tecnica individuale, mi aggiorno e cerco di capire dove posso crescere ancora".
Un’attesa consapevole, guidata dalla prudenza e dall’esperienza. "Non mi butto a caso, voglio muovermi con i piedi di piombo. So di poter mettere a disposizione il mio passato, il mio vissuto e le mie conoscenze. Mi piace confrontarmi con i giocatori in difficoltà, perché quei momenti li ho vissuti prima di loro. Aiutarli sul campo, fargli capire quale mentalità serve per arrivare a certi obiettivi: è questo che sento di poter trasmettere."
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