Gol, esperienza e una carriera costruita tra sogni diventati poi realtà. Dagli anni vissuti sui campi in giro per l'Italia alle emozioni che solo il calcio sa regalare. Una chiacchierata tra passato, presente, aneddoti e quella voglia di raccontare il proprio percorso attraverso la scrittura di un libro. Rachid Arma ha 41 anni ma con l'entusiasmo di un ragazzino: "La mia passione per il calcio nasce in Marocco. I miei zii che giocavano in paese, e andavo sempre a vederli fino a quando mi sono affezionato al calcio - ha raccontato a Seried24.com -. Diciamo che da lì è nato tutto. Ssono stati dei bellissimi momenti perchè mi sono formato lì. Sono rimasto in Marocco fino a 10 anni a giocare in un paesino, senza scarpe. Poi mi sono trasferito in Italia, con mio papà che ci ha portati qui per farci vivere una vita migliore. Hobby? Al giorno d'oggi vado a vedere i miei bambini che giocano a calcio. Quando li vedo rincorrere un pallone rivedo me alla loro età. Sono cose che mi fanno emozionare. Spesso mi chiedo anch'io cosa fare dopo il ritiro, ma onestamente mi sento troppo bene per pensarci. So che dovrei, ma credo che per adesso mi vedo all'interno di un settore giovanile perché a me piace lavorare con i giovani, mi sento un punto di riferimento per loro".
Sono partito da un paesino giocando con la Provese. Da piccolo mi chiamavano il "George Weah della Provese" perché ero magrolino e veloce. Poi pian piano mi sono affezionato ai campi da calcio, ai miei compagni. Il calcio mi ha anche aiutato nell'integrazione non conoscendo la lingua. Ho fatto il percorso in Italia con i miei genitori, la scuola, ho lavorato in azienda per diversi anni. Alternavo scuola, lavoro e calcio per capire un po' cosa potevo fare da grande. Gli ultimi anni in Serie D ho fatto un sacco di gol e tra me e me pensavo che potevo provare a diventare un professionista".
Il percorso di Arma è stato lungo, tanto che il centravanti marocchino ha deciso di scrivere un libro: "Ho vissuto l'Africa, l'Europa, due continenti e culture diverse tra di loro. Quando sono arrivato in Italia ho fatto tutto il percorso tra lavoro, calcio, scuola, fino ad arrivare in poco dalla Serie D alla Serie C. Quando sono arrivato a Torino in Serie B, abbiamo perso la finale playoff per andare in A, ma realizzai anche un gol pur perdendo 2-1 contro il Brescia. Da lì mi sono detto che questa storia dovevo iniziare a scriverla, a metterla giù, perché è giusto che la condivida con le persone che mi conoscono e magari essere una fonte d'ispirazione per tanti ragazzi giovani.
Da lì è nata l'idea, e pian piano ho iniziato a scrivere tutto il mio percorso di vita fino a quattro anni fa, nel 2022, quando ho pubblicato "Il Sultano di Agadir". Sono cresciuto ad Agadir, in Marocco, e i ragazzi di Vicenza mi chiamavano proprio così. Da lì è nata l'idea di scrivere questo libro con all'interno tutto quello che ho vissuto".
Le difficoltà non sono di certo mancate durante il percorso, ma per Arma l'impatto è stato importante soprattutto a livello motivazionale: "Il calcio italiano è sempre stato di grande livello, è il sogno di qualsiasi giocatore giocare qui. Arrivavo dal Marocco, e sapere che avrei avuto possibilità di provarci in Italia per me era un sogno. Sono passato dal giocare senza scarpe nei campi di terra a mettermi gli scarpini e sentire il profumo dell'erba. Qui ho avuto una grande opportunità per provare a fare tante cose, è stato un percorso bellissimo, una soddisfazione personale anche verso i genitori che mi hanno portato in Italia".
Uno dei rendimenti più importanti in carriera è stato proprio in Serie D con la maglia della Sambonifacese: "Prima ancora della Sanbonifacese giocavo in un piccolo paese con la Provese. Avevo 10 anni e sono rimasto lì per circa un anno e mezzo. Subito dopo, la Sanbonifacese mi ha acquistato e ho giocato con loro per ben dieci anni. Ho fatto il settore giovanile fino a esordire in Serie D e alla formazione in Serie C2. La Sanbonifacese è stata una tappa troppo importante perché mi sono fatto le ossa. Non avendo vissuto in un settore giovanile importante come tanti miei compagni ho dovuto imparare da solo a fare a spallate in campo e a prendere qualche botta. Sono cresciuto così. Mi ha formato e mi ha consegnato al professionismo".
Il 9 luglio 2009 è una data alla quale Rachid Arma è particolarmente legato. Finale playoff per la Serie A con un gol al 93' dal sapore di beffa: "Torino-Brescia? Mamma mia...ho pianto quella notte perchè è stato l'apice della mia carriera, il punto più alto che ho toccato. In quel Torino ero il vice di Rolando Bianchi, capitano e attaccante storico del club. Ho giocato poco durante la stagione, ho sofferto, però ho avuto la soddisfazione di avere la possibilità di giocare la finale playoff sia all'andata che al ritorno. Avevo fatto gol all'andata e me l'hanno annullato, mentre al ritorno non ci hanno convalidato un gol regolare. Ancora oggi mi capita che i tifosi del Torino mi riconoscono per quella finale famosissima. Sono bastate quelle due partite per capire cos'è il calcio, la passione e il tifo, sono cose che mi rimarranno dentro. Avrei sperato in una finale migliore dove magari avremmo vinto, ma il destino ha voluto così".
Le esperienze in Serie B e la sensazione di aver potuto fare di più senza, però, avere rimpianti: "Penso di aver sempre dato il massimo e non posso rimproverarmi nulla. Quando sono andato al Torino ero molto giovane, la prima esperienza in Serie B, ma se ti chiama un club così come fai a non andarci? Avevo anche altre proposte sul piatto, come ad esempio l'Albinoleffe che magari puntava molto sui giovani. Se potessi tornare indietro avrei optato per un piccolo club di Serie B per giocare con più continuità. Però anche a Torino c'era un pacchetto attaccanti di grande livello con Gasbarroni, Vantaggiato, Di Michele, Bianchi e Leon. Fino all'anno prima ci giocavo alla Play Station per poi ritrovarmeli come compagni di squadra".
La Spal, un altro momento decisivo per la crescita di Arm: "Il momento più importante della mia carriera è stato periodo alla Spal. Era il primo anno tra i professionisti in C1 e ho fatto il ritiro con la prima squadra guidata all'epoca da Aldo Dolcetti. Quello è stato un periodo magico per me perché sapevo di avere tra le mani la possibilità di mettermi in mostra tra i professionisti. Dolcetti si innamorò subito di me dicendomi che ero io il suo prototipo di attaccante ideale. Ero un punto di riferimento nonostante ci fossero attaccanti con più esperienza di me. Il primo anno ho fatto 15-16 gol, e da lì ho avuto quella spinta necessaria per capire che potevo restare tra i professionisti".
La favola Altavila e la competitività del girone C: "All'Altavilla sto vivendo un momento bellissimo. Questo è il terzo anno con loro. Tre anni fa ho vinto il campionato di Serie D con il Caldiero Terme, ma hanno deciso di non rinnovarmi il contratto. L'opportunità Altavilla nasce perché io abito a Vicenza, mi ero allenato da svincolato per 15 giorni e a primo impatto mi sembrava che il presidente fosse una persona molto ambiziosa, un ambiente molto familiare. Avevo diverse possibilità in D dopo aver vinto il campionato, ma ho preferito giocare in Eccellenza e vincere il campionato con una squadra competitiva. L'idea è nata così. Il presidente mi ha proposto di restare, me la sono sentita, e ho deciso che piuttosto andarmene lontano da casa di provare a giocare in un campionato che non avevo mai assaporato. Abbiamo conquistato la promozione, ho fatto 23 gol, un'annata storica. L'anno scorso ci siamo salvati e adesso rieccomi qua per provare a tenere in piedi questa favola".
In questo momento, il girone C è il più competitivo in assoluto con tante squadre che vogliono provare a vincere. Il nostro obiettivo è la salvezza in un girone che è ancora più complicato rispetto all'anno scorso. Ci sono squadre attrezzate, abbiamo fatto delle buone prestazioni raccogliendo meno di quello che meritavamo. Abbiamo cinque punti, adesso ci sarà il derby e vogliamo provare a vincerlo. Gli scontri diretti dobbiamo cercare di non sbagliarli perchè è lì che possiamo costruire la nostra salvezza. Cjarlins Muzane ha qualcosa in più rispetto alle altre, ma dietro di loro metto Clodiense, Luparense e Mestre. Ci sono almeno 5-6 squadre che hanno qualcosa in più rispetto alle altre".
Capitolo Marocco, uno dei movimenti cresciuti maggiormanete negli ultimi anni: "Il Marocco sta puntando molto su dei giovani talenti importanti. Ha tanti ragazzi di qualità e quantità di livello mondiale. Stanno creando un sistema e una passione intorno al calcio che è qualcosa di storico. Siamo quinti nel ranking mondiale, una cosa veramente da brividi. Nel 2030 ci saranno anche i Mondiali tra Marocco, Portogallo e Spagna e sarà bellissimo. Spero che si continui così e che ci siano sempre più talenti. Soffro in maniera incredibile perché io calcisticamente nasco in Italia, tengo in piedi due paesi a me molto cari. Quando torno in Marocco spesso mi dicono «Ma che fine ha fatto la tua Italia?». La mia speranza è quella di ritrovare l'Italia al Mondiale in Marocco".
In 41 anni di calcio, Rachid Arma ne ha viste e vissute tante, ma questo sport gli ha trasmesso diversi aspetti che vanno anche oltre l'aspetto calcistico: "Il calcio mi ha trasmesso tanti aspetti. Ti fa crescere come uomo perché le cose che vivi all'interno di uno spogliatoio le vivi anche in famiglia. Il non mollare mai, darsi una mano se ci sono dei momenti difficili, la pazienza, la dedizione che devi mettere per questo sport perché ti fa credere che sei fortissimo poi a un certo punto ti senti scarso. Tutti questi alti e bassi ti formano. Difficile che ci sia qualche altro lavoro che ti regala emozioni così grandi. Le stesse emozioni le fai vivere ai tuoi compagni, a un paese, a uno staff, a un presidente. Io ho avuto la fortuna di festeggiare cinque promozioni, una più bella dell'altra. Sono cose difficili da spiegare e che porterò sempre con me. Tutt'oggi, quando penso che un domani dovrò smettere di giocare, sto male".
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