Ci sono storie che nel calcio cominciano molto prima di una panchina, di una scrivania o di una firma su un contratto. Cominciano da una passione che cresce con te, ti accompagna per anni e, a un certo punto, ti porta a scegliere una strada diversa da quella che avevi immaginato. Per Giovanni Giovanditti, oggi responsabile dell’area tecnica della Pro Patria, il calcio è il filo conduttore di una storia che lo ha portato, a soli 23 anni, a smettere di giocare per dedicarsi alla crescita dei giovani. Intervistato da SerieD24, si è raccontato tra il legame con Busto Arsizio e una visione del calcio che mette al centro le persone. «La mia passione per il calcio nasce da sempre, da quando sono un bambino e ho iniziato a giocare. Sono cresciuto tra Inter, Pro Patria e Chievo. Quando sono arrivato tra i grandi, dopo poco ho capito che facevo un piacere al calcio se smettevo. Ho smesso di giocare a 23 anni proprio perché volevo fare il direttore, il dirigente. Volevo dare ai ragazzi e ai giocatori quello che magari è mancato a me e alle persone con cui lavoro, cercando di condizionare il mio contesto di lavoro attraverso i rapporti e i comportamenti».

La Pro Patria occupa un posto speciale nel suo percorso: a Busto Arsizio è cresciuto calcisticamente, prima di tornarci nel giugno 2024 come responsabile del settore giovanile. Un ritorno che gli ha permesso di ritrovare una realtà a cui è profondamente legato «Sono cresciuto anche qui calcisticamente, perché ho fatto degli anni a Busto. C’è comunque un legame molto forte con questa società, con la Pro Patria e con la piazza. Tornare qui da dirigente a 28 anni è stato motivo di orgoglio».

Un nuovo ruolo, nuove responsabilità. Ma intanto Giovanditti traccia un primo bilancio positivo sul mercato, pur rimandando la valutazione definitiva alla fine della stagione. Nonostante i tempi ristretti e le difficoltà nel convincere giocatori molto richiesti, la Pro Patria è riuscita a costruire la squadra desiderata. «Sul mercato il mio bilancio è positivo. Poi, alla fine dell’anno, si farà il bilancio definitivo. Siamo riusciti a prendere i giocatori in una condizione molto difficile, perché convincerli in quel momento non era facile: erano tutti giocatori che avevano diverse richieste».

A soddisfarlo non sono soltanto le qualità tecniche della rosa, ma anche quelle umane dei suoi componenti. «Sono molto contento della squadra che abbiamo a disposizione. Sono giocatori forti, ma soprattutto degli uomini veramente giusti». Un principio che riflette la sua idea di calcio: oltre alle qualità individuali, contano i rapporti, il carattere e la capacità di condividere un percorso comune.

Dai 23 anni alla responsabilità: il calcio visto da un’altra prospettiva

Il suo percorso è iniziato alla Virtus Ciserano Bergamo, dove ha lavorato per quattro anni come responsabile del settore giovanile, vivendo l’esperienza con entusiasmo e dedizione, indipendentemente dalle dimensioni della società. «Tutte le esperienze mi hanno lasciato tanto. Quella è stata la mia prima esperienza ed è stata una grande palestra per me, mi ha dato tanto. Devo ringraziare il Presidente Foglieni che mi ha dato questa opportunità a soli 23 anni». Tra i ricordi più significativi c’è la cessione di Doumbia Issa all’AlbinoLeffe, oggi allo Sporting Lisbona, arrivata proprio nell’estate della sua nomina. Un primo traguardo che, a soli 23 anni, ha reso ancora più emozionante l’inizio della sua carriera dirigenziale. «Mi ricordo l’estate in cui sono stato nominato: avevo venduto Doumbia Issa all’AlbinoLeffe, che adesso è allo Sporting Lisbona. È stata la mia prima esperienza e, tra virgolette, sicuramente la più emozionante, perché avevo 23 anni».

Oggi, alla Pro Patria, le responsabilità sono maggiori e lo sguardo deve abbracciare ogni aspetto della società. Dalla gestione dei giocatori ai rapporti con lo staff, la proprietà e i procuratori, il lavoro da dirigente richiede una visione d’insieme che va ben oltre il campo. «Quando giochi, pensi alla tua partita e alla tua prestazione, al di là del risultato, e lì finisce. Da dirigente devi avere una visione a 360 gradi e devi curare tutto. Devi avere una visione sicuramente più ampia e un’elasticità diversa». C’è però un principio che accompagna Giovanditti fin dai primi passi: il valore dei rapporti umani, considerati fondamentali per costruire un ambiente di lavoro solido e condividere un percorso comune. «La differenza, ed è questo il pensiero che mi porto dietro da quando ho smesso, sono i rapporti. I rapporti con le persone con cui lavori, con i giocatori e con lo staff. Questo è quello che per me farà sempre la differenza».

Il coraggio di credere nei giovani

La valorizzazione dei giovani è uno dei principi alla base del lavoro di Giovanditti. Il passaggio in prima squadra deve essere un’opportunità concreta per chi dimostra di essere pronto, nel rispetto dei tempi di crescita di ciascuno. Una strada che la Pro Patria aveva già intrapreso prima del suo arrivo e che il responsabile dell’area tecnica vuole continuare a percorrere. «Penso che per il nostro movimento italiano questo dovrebbe diventare quasi la normalità. L’obiettivo di tutte le società dovrebbe essere quello di produrre giovani che possano arrivare in prima squadra o comunque giocare tra i grandi, perché ognuno ha i propri percorsi e i propri tempi». Un percorso in continuità con il lavoro svolto in precedenza, che richiede fiducia e coraggio nel dare spazio ai ragazzi, al di là delle regole e delle necessità del momento. «La Pro Patria lo ha sempre fatto, in realtà, anche prima del mio arrivo. Lo ha fatto anche con Turotti. Io sto portando avanti questa cosa in cui credo fortemente, ma credo che debba essere la normalità per il calcio italiano. Bisogna avere più coraggio e più fiducia nei giovani, al di là delle regole che ci sono».

I risultati si vedono anche in prima squadra, dove oggi trovano spazio Frattini, Gentile, Aliata e Verre, insieme a Gnonto e Allasufi, classe 2009. Giovanditti riconosce in questi ragazzi il frutto del lavoro svolto negli ultimi due anni. «Per me vedere oggi questi ragazzi ritagliarsi spazio in prima squadra è una bella soddisfazione, significa vedere dei ragazzi che stanno crescendo. Vederli oggi tra i grandi, in una piazza come questa con un obbiettivo ambizioso, significa che la società e gli allenatori hanno lavorato bene in questi anni». Una soddisfazione che va oltre i risultati: per chi ha scelto di lasciare il campo per accompagnare la crescita degli altri, vedere i giovani conquistarsi spazio rappresenta una delle gratificazioni più autentiche. Un percorso costruito nel tempo, che raccoglie il lavoro di chi c’era prima e guarda alla continuità come condizione per far crescere il settore giovanile.

L’Africa, la famiglia e il valore delle cose essenziali

Fuori dal campo, il tempo di Giovanditti è quasi interamente assorbito dalla Pro Patria. Tra lo stadio, le telefonate e le decisioni da prendere, trovare spazio per sé non è semplice. Il calcio continua a occupare le sue giornate anche oltre l’orario di lavoro, lasciando poco tempo da dedicare alla vita privata. «Fuori dal campo c’è poco Giovanni, perché la maggior parte del tempo sono qui allo stadio. Avanza pochissimo tempo e, anche quel poco, non ti nascondo che lo dedico tanto alla Pro Patria. La sera, di notte, mi chiama Sabatini alle due o alle tre del mattino. Faccio fatica a trovarti un Giovanni fuori dal calcio, perché penso comunque sempre al calcio e a come migliorarci tutti i giorni». Eppure, in mezzo a giornate così intense, c’è uno spazio che Giovanditti cerca di riservare alle persone più importanti. «Cerco comunque di dedicare tempo alla mia famiglia». Tra le esperienze che hanno segnato il suo modo di guardare il mondo c’è anche un viaggio in Africa, che gli ha permesso di riscoprire il valore delle cose essenziali e di ridimensionare ciò che spesso viene considerato importante. «Quell’esperienza la consiglio prima o poi a tutti. Ti riporta veramente all’essenziale, noi a volte ci disperdiamo in cose troppo superficiali e futili».

Un’esperienza che Giovanditti vuole continuare a coltivare, anche attraverso una promessa: realizzare un campo da calcio per le persone incontrate durante il viaggio. «È una cosa che continuerò a coltivare, perché ho promesso loro che avremmo fatto un campo di calcio lì in piano, perché lì i campi sono storti. È una promessa che porterò avanti». Un progetto che restituisce al calcio un significato diverso, lontano dal mercato e dai risultati: la possibilità di costruire qualcosa che resti e offra nuove opportunità agli altri. È un aspetto che completa il ritratto di Giovanditti: il dirigente impegnato nella ricostruzione della Pro Patria, il professionista che crede nei giovani e l’uomo che cerca di non perdere di vista ciò che conta davvero. Una visione nata dalla scelta di lasciare il campo a 23 anni per restare nel calcio in un modo diverso, mettendo al centro le persone e la possibilità di aiutarle a trovare la propria strada.

Sezione: Interviste e Storie / Data: Mar 20 ottobre 2026 alle 13:20
Autore: Alessia Albani
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