La lotta serrata in uno dei gironi più incerti e competitivi degli ultimi anni, la costanza di rendimento, la tenuta mentale e, infine, il trionfo: il Savoia si è laureato una delle nove regine della Serie D 2025/26, sbancando il girone I e conquistando un salto di categoria che mancava da oltre dieci anni a Torre Annunziata. Gran parte del merito della straordinaria cavalcata dei torresi è da attribuire a Raimondo Catalano, allenatore barese che ha condotto i campani alla terra promessa, guidando un gruppo che sulla carta non partiva tra le favorite per contendere lo scettro alle tante corazzate del girone. In una lunga intervista alla nostra redazione, Catalano ha raccontato i contorni di un’annata storica per lui e per la città di Torre Annunziata, tra scommesse vinte, voglia di rivalsa, festeggiamenti e tanto lavoro quotidiano sul campo.
Catalano: "Non parlate di miracolo"
La stagione 2025/26 del girone I verrà ricordata negli anni come una delle più incerte e competitive degli ultimi tempi. La lotta al vertice è stata infatti una questione aperta a cinque squadre per gran parte del campionato. Savoia, Nissa, Igea Virtus e la neopromossa Athletic Palermo si sono alternate ai piani alti della classifica, mentre la Reggina minacciava di prendersi la vetta da un momento all’altro. I torresi hanno dovuto sgomitare fino alla fine, chiudendo con due punti di vantaggio sulla Nissa e con appena cinque sconfitte in campionato. Eppure, i campani a inizio anno non partivano certo con il favore dei pronostici, come affermato dallo stesso Catalano, che rifiuta però il termine “miracolo” in relazione all’impresa dei suoi ragazzi.
“Tutti stanno parlando di miracolo, ma questo termine non mi piace perché sembra quasi un dono arrivato dall’alto, una fortuna che ti è stata donata dal cielo. Invece penso che questo campionato sia frutto del lavoro fatto quotidianamente. Non siamo certo partiti con il favore dei pronostici, ma la squadra ha lavorato tantissimo allenamento dopo allenamento e ha dimostrato di valere più delle altre. L’obiettivo a inizio stagione era fare un buon campionato, conquistando i playoff. Ricordo come ci fosse molto scetticismo nell’aria: tanta gente diceva che non avremmo raggiunto neanche quelli, perché avevamo costruito una squadra troppo giovane, quasi una Juniores, prendendo giocatori che venivano da annate negative. I ragazzi hanno invece dimostrato di essere giocatori importanti, sono state scommesse vinte, e va dato atto sia a loro sia alla società che li ha scelti.”
L'alta intensità negli allenamenti e la qualità al servizio della squadra: la ricetta di Catalano
Catalano torna poi sulla serrata lotta nel girone I, individuando nella tenuta mentale il principale punto di forza della squadra. L’allenatore barese si concentra soprattutto sull’alto livello degli allenamenti settimanali, frutto di una mentalità collettiva condivisa anche da chi ha avuto meno spazio durante la stagione.
“Sicuramente è stato un girone con tante squadre forti: al di là delle primissime si potevano perdere punti contro chiunque, quindi è chiaro che la tenuta mentale abbia fatto la differenza. Basta scorrere le rose di squadre come Nissa e Reggina per capire il livello dei nostri competitor, ma anche Igea Virtus e Athletic Palermo hanno fatto molto bene: è stato un campionato duro e averlo vinto è motivo di orgoglio per tutti. Abbiamo puntato sul lavoro quotidiano, senza guardare troppo in là. Ai miei ragazzi ho detto che pensare oltre la domenica fosse solo una perdita di energie psicofisiche: dovevamo fare una grande settimana, una grande partita, e poi ricominciare. Eravamo una delle squadre mediamente più giovani tra le prime della classe, ma questi ragazzi sono stati eccezionali sia nel fare gruppo, sia nell’aiutarsi, sia nel mantenere alta l’asticella. Sarebbe bastato venire a un qualsiasi allenamento per capirlo: spingevano tutti i santi giorni, erano sempre sul pezzo, e questo ha fatto la differenza. Non è una frase fatta, ma devo ringraziare anche i ragazzi che hanno avuto meno possibilità di giocare, perché hanno innalzato il livello dell’allenamento quotidiano. È stata la nostra arma vincente: ogni allenamento veniva affrontato al massimo.”
Alla grande stagione dei biancoscudati si aggiunge anche un dato singolare, ma significativo. Il Savoia ha infatti conquistato il ritorno in Serie C dopo oltre dieci anni senza essere trascinato da un vero e proprio bomber, ma grazie a una pluralità di giocatori arrivati tutti in doppia cifra o vicini a raggiungerla. Gli 11 gol di Umbaca, i 10 di Munoz, i 9 di Favetta e Guida raccontano bene come il vero trascinatore del Savoia sia stato il gruppo, più che il singolo. Un aspetto che Catalano individua come un’ulteriore chiave di lettura del traguardo raggiunto.
“La pluralità dei gol è stata un nostro punto di forza. Io sono un allenatore che crede fortemente nella possibilità di ruotare gli attaccanti e chiedo loro un lavoro importante anche quando non si ha la palla. Abbiamo alternato gli interpreti offensivi nel corso dell’anno per non perdere mai intensità. Abbiamo giocato con Reis, Favetta, Nussbaumer, Munoz, Guida, Umbaca, Meola; abbiamo utilizzato anche un quinto che in realtà è un trequartista e che si è adattato al lavoro difensivo. Sono dell’idea che quando la qualità si mette al servizio della squadra nascano sempre belle cose.”
Catalano: "Chi resiste al cambiamento è quello che va avanti"
La promozione in Serie C con il Savoia rappresenta inevitabilmente il punto più alto della carriera dell’allenatore barese, che però non colloca questo traguardo su un gradino superiore rispetto agli obiettivi raggiunti in passato. Catalano, nelle ultime stagioni, si è infatti reso protagonista di ottimi percorsi, ottenendo salvezze pesantissime con il Fano, il Gravina e con la Primavera del Bari in Primavera 2 nella passata stagione.
“È chiaro che all’esterno la conquista della Serie C in una piazza come Torre Annunziata mi dia maggiore visibilità: agli occhi degli altri posso apparire più appetibile, ma io metto questo traguardo allo stesso livello della salvezza con il Bari Primavera, con il Fano o con il Gravina. Il mio lavoro non dipende solo da questo risultato in sé, ma anche dalle esperienze che ho maturato prima di conquistarlo. Il calcio è calcio a tutti i livelli: bisogna entrare nella testa dei calciatori e migliorarli, facendo emergere le loro qualità. Poi, se questo lavoro viene rapportato non solo a pochi ma all’intera squadra, si ottiene un miglioramento importante. Il valore dipende comunque dal calciatore: non è che se un giocatore scarso viene allenato da Guardiola diventa un fenomeno. Ma la competenza fa la differenza. Chivu aveva allenato pochissime partite in Serie A prima di essere scelto dall’Inter: evidentemente è stato valutato per le sue competenze e ha avuto questa possibilità, superando persone con molta più esperienza. Io ho sempre portato avanti la mia idea di calcio, i miei valori come uomo, e credo di aver instaurato buoni rapporti ovunque con calciatori e società. Poi alcune annate vanno meglio e altre peggio, ma sono contento del percorso che ho fatto. Nel calcio esistono alcuni luoghi comuni che andrebbero estirpati. Ad esempio, ‘squadra che vince non si cambia’ è un detto che non condivido, perché penso che il rischio più grande sia quello di restare fermi, non quello di cambiare. È una valutazione che ferma il tempo, e ciò che è fermo non produce risultati. Chi resiste al cambiamento è quello che va avanti.”
Catalano: "Torre Annunziata mi ha fatto sentire a casa, mi resterà per sempre nel cuore"
Dalle parole di Catalano traspare una visione moderna e attenta del calcio attuale, che lascia intuire perché quella del Savoia sia una promozione tutt’altro che “miracolosa”. In chiusura, l’allenatore ha voluto salutare e ringraziare tifosi, staff e calciatori, quasi a chiudere simbolicamente la sua esperienza a Torre Annunziata. La società ha infatti annunciato da qualche giorno che le strade con l'allenatore barese si separeranno di comune accordo, con Catalano che diventa inevitabilmente uno degli allenatori più appetibili sul mercato in vista della prossima stagione.
“Ringrazio Torre Annunziata perché dal primo giorno mi ha fatto sentire a casa e, di conseguenza, ho subito sviluppato un forte senso di responsabilità nei confronti della piazza e della società. Volevo ripagarli dando tutto me stesso: su questo non ho avuto dubbi sin dal primo momento, e credo di esserci riuscito. Torre Annunziata mi rimarrà nel cuore per sempre. Futuro? Abbiamo fatto una valutazione insieme alla società e, senza alcun rancore, abbiamo stabilito che non fosse il caso di continuare insieme, nella massima stima reciproca sia professionale sia umana. La società ha speso parole bellissime per il mio operato, le stesse che io ho per la piazza e per loro, a cui faccio un grande in bocca al lupo per il futuro. Ora aspetto una chiamata importante: sono una persona pratica, e quando arriverà una nuova opportunità vorrà dire che avrò un’altra possibilità di mostrare il mio valore.”
Catalano guarda quindi al futuro con la stessa mentalità che lo accompagna da sempre, ma con la consapevolezza di aver aggiunto questa volta un tassello importante al grande mosaico della sua carriera da allenatore.
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