6 Gennaio 2022

Clivense, Sergio Pellissier si racconta: “Voglio sognare con questa nuova realtà”

Il fallimento, lo spettro della cancellazione e la rinascita: "Il rischio di non vedere più quei colori mi ha spinto a scendere in campo"

Li dove volavano i mussi, dove era lecito sognare. Un quartiere che arrivò ad assaporare il gusto della massima serie. E non solo. Storie di sogni e di Coppe dei Campioni, tanto per citare l’evergreen “Notte prima degli esami” di Antonello Venditti. Preliminari di Champions in un torrido agosto. Anno 2006, quello del terremoto che scosse l’intero sistema calcistico italiano, esaltato dal Mondiale conquistato e debellato dallo scandalo Calciopoli. Quel playoff con il Leveski Sofia per entrare nell’Europa dei grandi rappresenta, probabilmente, il punto più alto toccato dal Chievo Verona.

La Serie A preservata sino alla stagione 2018/19. Poi la retrocessione, il declino, una favola da raccontare con un epilogo inaspettato. Dietro ogni fallimento, c’è sempre una rinascita. Volendo parafrasare in termini sportivi la celebre citazione di William Whewell, la Clivense è il segno della ripartenza, della rivoluzione sportiva. Sorta dalle ceneri del Chievo Verona, la neonata compagine presieduta da Sergio Pellissier è ripartita dalla Terza Categoria veneta.

“I valori della famiglia Clivense sono quelli del Chievo Verona”

Una nuova società, fondata sui valori che da sempre hanno contraddistinto la favola Chievo. È questo l’incipit conferito dal presidente Sergio Pellissier alla nuova Clivense: “Dopo tanti anni di calcio vissuti con la maglia del Chievo Verona – afferma Pellissier –, il rischio di non vedere più quei colori mi ha spinto a scendere in campo. Gli ideali e i valori di questa nuova realtà sono quelli che sono sempre appartenuti alla famiglia Chievo”.

Ambire a palcoscenici prestigiosi, senza forzare i tempi. La società veronese punterà a risalire la china nel più breve tempo possibile: “Quando costruisci dal niente – prosegue il Presidente della Clivense –, devi avere persone disposte a credere nel tuo progetto, nei tuoi sogni. Siamo partiti in ritardo, senza tesserati ma con tante idee. Abbiamo costruito una squadra competitiva in pochi giorni. Alcuni ragazzi avevano smesso di giocare, altri erano protagonisti in categorie superiori. Molti hanno mollato il proprio lavoro e le loro famiglie per sposare la nostra causa. Abbiamo ragazzi che vengono da Catania, Como, Siena, Milano per il solo piacere di giocare nella Clivense”.

Passato e futuro di Sergio Pellissier

Attualmente prima nel girone B del campionato di Terza Categoria, la squadra di Riccardo Allegretti sta viaggiando sulle ali dell’entusiasmo: “Sognare è la cosa più bella per un uomo – aggiunge Pellissier -. Ed è a costo zero. Voglio portare questa squadra il più in alto possibile e dare soddisfazione a quei tifosi che oggi ci seguono in Terza Categoria, per riportarli in uno stadio vero. In questa prima annata, siamo partiti senza pressioni. L’idea è quella di portare avanti il progetto, senza avere l’obbligo morale di vincere il campionato. Il fatto di essere al primo posto, giocando a livelli così alti, è un aspetto che mi inorgoglisce. Sono contento di come stiano andando le cose in questo avvio stagionale”.

Vent’anni vissuti all’insegna della continuità. Un lasso temporale in cui non può che celarsi un amore vero, sincero, per la squadra del proprio cuore. L’occasione è ghiotta per chiedere a Sergio un retroscena, una conferma, sulla possibilità di fare le valigie e salutare Verona da calciatore: “È vero, sono stato molto vicino al Napoli. Era l’estate del 2009 e l’allora direttore sportivo Pierpaolo Marino mi voleva a tutti i costi. Ricordo che propose circa otto milioni e due calciatori al Chievo e il mio procuratore si era già confrontato con la società azzurra per il contratto. Era tutto fatto, ma il Chievo non accettò la proposta formalizzata dal Napoli e saltò tutto. Non andai a discutere con il Presidente Campedelli, perché sapevo di stare bene al Chievo. A Verona ho potuto lasciare un ricordo tangibile ai miei figli”.

A cura di Giuseppe Vitolo